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Tra i capitoli rimossi del passato fascista figura la vicenda degli italiani conquistatori tra il 1940 e '43 nelle zone mediterranee

La faccia cattiva dell'Italia

Esce ora un libro di Davide Rodogno che analizza le atrocità commesse ribaltando il mito dei nostri soldati brava gente

di Simonetta Fiori

Un nuovo ordine voluto dal duce
Per mezzo secolo abbiamo rimosso

TRA i capitoli rimossi del passato fascista, espulsi dalla memoria per ragioni disegno differente, figura a pieno titolo la vicenda degli italiani conquistatori tra il 1940 e il 1943 in alcune terre dell'Europa mediterranea. Una storia che coinvolge la Corsica e parte della Francia. La Slovenia meridionale. La parte occidentale e meridionale della Croazia. Il litorale dalmata. Il Montenegro. La Grecia continentale e molte delle sue isole. Gran parte del Kossovo. La Macedonia occidentale. Nel complesso, un'estesa e articolata "colonia", militarmente occupata da un esercito di cinquecentomila soldati, spesso spaesati, impauriti, affamati, ma non per questo meno brutali degli alleati tedeschi.
Per mezzo secolo, la tragica vicenda di questi militari - e il progetto di un nuovo ordine mediterraneo inseguito da Mussolini - è rimasta come avvolta nell'ombra, al chiuso di archivi blindati. Gli studiosi tendenzialmente - con alcune eccezioni hanno preferito concentrarsi sulle vittime delle potenze dell'Asse, le popolazioni occupate, e in generale non hanno preso troppo sul serio il disegno imperiale del duce, ridimensionato dai suoi stessi esiti fallimentari. Nell'immaginario collettivo è poi revalso il mito degli "italiani brava gente" conquistatori di calda umanità, vulgata assolutoria di cui è ancora viva traccia in opere di fiction. La stessa editoria non sempre ha incoraggiato i libri sui crimini di guerra commessi dai connazionali.
"Questione troppo a lungo ignorata, oppure liquidata sbrigativamente e con un senso di malcelato fastidio", scrive sul nuovo mensile Millenovecento lo storico Mimmo Franzinelli, che rievoca le censure esercitate in Italia su film e saggi sull'argomento. Le atrocità del passato fascista spesso rimangono confinate ai margini della memoria. Anche nel corso del recente omaggio reso alle vittime delle foibe, soltanto Luciano Violante è tornato indietro alle gravi responsabilità del regime di Mussolini, colpevole nelle terre annesse di una violenta snazionalizzazione antislava.
Ora un'importante ricerca di Davide Rodogno, giovane studioso del Fonds national de la recerche scientifique suisse, fa luce sul sogno imperiale del duce e, grazie a una vasta documentazione inedita raccolta negli archivi storici dello Stato maggiore dell'esercito, del Ministero degli esteri, del Comité international de la Croix-Rouge e della Banca d'Italia, aiuta a rovesciare la leggenda del buon italiano, raccontando nelle sue reali dimensioni la durezza della repressione fascista, una brutalità - come scrive Philippe Burrin nell'introduzione "molto spesso minimizzata" (Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell'Italia fascista in Europa 1940-1943, Bollati Boringhieri, pagg. 600, euro 35,00). "Non fummo quelli del film Mediterraneo o della fiction Il mandolino del capitano Corelli", dice Rodogno. "Forse dovrei dire non fummo solo quelli. Per cinquant'anni ci e piaciuto ricordare soltanto le relazioni sentimentali, dimenticando altre questioni più complesse, dolorose, sconosciute. Vi furono anche episodi di stupri collettivi, ancora avvolti in un velo di reticenza: la documentazione a riguardo non è ancora consultabile".
Nel solco tracciato dagli studi di Enzo Collotti ed Emilio Gentile, Rodogno interpreta la "conquista dello spazio vitale" pianificata dal duce come "parte essenziale di un progetto totalitario" di trasformazione della società, approdo della rivoluzìone cominciata nel 1922. Il nuovo ordine imperiale immaginato dal duce viene disegnato in tre cerchi concentrici. "II nucleo, il primo cerchio, sarebbe stato quello della razza italiana deì domìnatori, inclusi tutti i territori "irredenti": la Dalmazia, le isole Ionie, la Francia sudorientale. Il secondo cerchio avrebbe raccolto i popoli di razza bianca, cristiani ed europei, come la Croazia, la Grecia e una piccola parte della Francia, tutti dominati sul modello albanese. Infine il terzo cerchio era rappresentato dalle colonie africane e asiatiche". Mussolini si considerava un "liberatore", il suo obiettivo era imporre ai sottomessi la civiltà superiore. "La guerra e le occupazioni dovevano rappresentare il banco di prova per l'uomo nuovo forgiato dal fascismo. Fu un tragico fallimento".
Pur non essendo "la razza" di conquistatori voluta da Mussolini, i soldati italiani non si astennero da atrocità e violenze, simili a quelle commesse dagli alleati nazisti, ma con motivazioni del tutto differenti. "Soprattutto nei Balcani, gli italiani si sentirono mandati al massacro e, quando odiarono il nemico, non fu per ragioni ideologiche ma per paura. Le loro repressioni feroci non furono caratterizzate, come nel caso dei nazisti, dalla volontà di trionfo né dal sentimento della superiorità razziale. Manifestarono al contrario tutta la debolezza di chi non aveva altra possibilità di far percepire la propria forza. Solo in alcuni casi, almeno secondo la storiografia jugoslava, le camicie nere furono mosse da motivazioni marcatamente ideologiche. Ma generalmente l'ideologia fascista ebbe un ruolo secondario".

Rappresaglie, devastazioni, ostaggi e deportazioni

La creazione di campi in cui si commisero violenze

Un capitolo tra i più ricchi e inediti riguarda la repressione. Rodogno dimostra l'univocità delle normative imposte in tutti i territori occupati sul modello della circolare "3C", una sorta di manifesto della repressione italiana nei territori jugoslavi. "Quelle disposizioni non rappresentarono un episodio circoscritto né il frutto dell'iniziativa d'un generale più fascista di altri. Misure analoghe furono adottate in Grecia e in Albania. Le azioni concrete degli italiani non furono dissimili da quelle della Wehrmacht o delle SS tedesche. Negli ordini emanati dalle autorità fasciste contro le bande partigiane - e per spezzare l'appoggio ai ribelli delle popolazioni - figura di tutto. La presa di ostaggi. La devastazione di intere località. Le rappresaglie sulle famiglie di semplici sospetti. La deportazione di larghi nuclei delle popolazioni locali. La distruzione e il saccheggio del bestiame. E l'impunità per gli eccessi compiuti. Una violenza riservata in passato agli auctotoni africani".
La ricerca fa luce anche su un terreno finora poco studiato, i campi di concentramento in cui venivano reclusi i civili, generalmente in condizioni igieniche e sanitarie assai precarie. Oscilla tra i 150.000 e i 100.000 il numero degli internati jugoslavi per mano italiana, suddivisi tra "repressivi" (sospettati cioè di attività antiitaliane) e "protettivi" (i famigliari dei collaborazionisti" da proteggere"). La gestione dei campi era suddivisa tra il ministero dell'Interno (circa 50 nell'Italia centromeridionale) e il Regio Esercito (una decina nell'Italia centrosettentrionale).
Il saggio si sofferma sui campi nei territori annessi, alcuni dei quali registrarono un elevato tasso di mortalità (alto anche il numero dei bambini nati morti). Secondo una nota della Croce Rossa Internazionale (14 aprile 1943), ad Arbe, tra l'Istria e il Nord della Dalmazia, "sarebbero stati constatati tremila decessi dovuti principalmente alla cattiva alimentazione (del tutto insufficiente) e al cattivo alloggiamento". Rileva lo storico che "sulle reali condizioni del campo i vertici militari mentirono al cospetto della stessa diplomazia vaticana".
Altro capitolo innovativo è quello che riguarda la politica nei confronti degli ebrei. Contrastando una pur nobile storiografia che celebra il generoso carattere italiano, Rodogno dimostra come il comportamento verso gli ebrei - a lungo esaltato come "benefattore" - fu essenzialmente dettato da ragioni di strategia politica nella contesa con l'alleato tedesco. "Da parte di Mussolini del governo, degli alti funzionari italiani e dei vertici militari non vi fu alcun tentativo di "salvataggio umanitario" degli ebrei.
Essi furono pedine in una sorta di guerra interna all'Asse. In molti ritennero - come il generale Mario Roatta, comandante della II Armata - che consegnare gli ebrei ai tedeschi avrebbe danneggiato il prestigio degli italiani, con gravi ripercussioni nel rapporto con le popolazioni occupate. Da qui la scelta di internarli".
A lungo è invalsa l'immagine delle truppe italiane che fecero ogni sforzo per salvare i perseguitati. "Un'immagíne incoraggiata da autorevoli personalità come Léon Poliakov e Hannah Arendt, che così vollero mettere in evidenza l'orrore della soluzione finale. Ma anche dalla giovane repubblica italiana, che sfruttò il tema dell'umanità del popolo e dei soldati per allontanare dai connazionali il sospetto di antisemitismo".
Se è vero dunque che migliaia di ebrei furono internati e dunque non consegnati ai tedeschi, un numero rilevante fu respinto o allontanato oltre frontiera in tutti i territori occupati. Soltanto a Fiume - stando ai dati incompleti del ministero degli Interni - in ottocento rifugiati ebrei furono espulsi o respinti oltre frontiera, consegnati nelle mani dei croati. "Le autorità italiane - a Roma, a Fiume, in Dalmazia sapevano perfettamente quale sorte sarebbe toccata agli ebrei consegnati ai croati. Erano bene informate sulle atrocità commesse a pochi chilometri dalle frontiere del regno. Furono gli stessi italiani a definire Jasenovac un campo dì concentramento talmente orribile che chi proveniva da Dachau e Buchenwald finiva per considerare i lager nazisti, rispetto a quest'ultimo "quasi luoghi di cura".
Non va dimenticato, conclude Rodogno, che singoli individui, poco importa la nazionalità, in determinate circostanze furono davvero brava gente. Ma questa è un'altra storia.


La Repubblica - 24 febbraio 2003