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Un
nuovo ordine voluto dal duce
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Per mezzo secolo abbiamo rimosso |
TRA i capitoli rimossi del passato fascista, espulsi dalla memoria per ragioni
disegno differente, figura a pieno titolo la vicenda degli italiani conquistatori
tra il 1940 e il 1943 in alcune terre dell'Europa mediterranea. Una storia che
coinvolge la Corsica e parte della Francia. La Slovenia meridionale. La parte
occidentale e meridionale della Croazia. Il litorale dalmata. Il Montenegro.
La Grecia continentale e molte delle sue isole. Gran parte del Kossovo. La Macedonia
occidentale. Nel complesso, un'estesa e articolata "colonia", militarmente
occupata da un esercito di cinquecentomila soldati, spesso spaesati, impauriti,
affamati, ma non per questo meno brutali degli alleati tedeschi.
Per mezzo secolo, la tragica vicenda di questi militari - e il progetto di un
nuovo ordine mediterraneo inseguito da Mussolini - è rimasta come avvolta
nell'ombra, al chiuso di archivi blindati. Gli studiosi tendenzialmente - con
alcune eccezioni hanno preferito concentrarsi sulle vittime delle potenze dell'Asse,
le popolazioni occupate, e in generale non hanno preso troppo sul serio il disegno
imperiale del duce, ridimensionato dai suoi stessi esiti fallimentari. Nell'immaginario
collettivo è poi revalso il mito degli "italiani brava gente"
conquistatori di calda umanità, vulgata assolutoria di cui è ancora
viva traccia in opere di fiction. La stessa editoria non sempre ha incoraggiato
i libri sui crimini di guerra commessi dai connazionali.
"Questione troppo a lungo ignorata, oppure liquidata sbrigativamente e
con un senso di malcelato fastidio", scrive sul nuovo mensile Millenovecento
lo storico Mimmo Franzinelli, che rievoca le censure esercitate in Italia su
film e saggi sull'argomento. Le atrocità del passato fascista spesso
rimangono confinate ai margini della memoria. Anche nel corso del recente omaggio
reso alle vittime delle foibe, soltanto Luciano Violante è tornato indietro
alle gravi responsabilità del regime di Mussolini, colpevole nelle terre
annesse di una violenta snazionalizzazione antislava.
Ora un'importante ricerca di Davide Rodogno, giovane studioso del Fonds national
de la recerche scientifique suisse, fa luce sul sogno imperiale del duce e,
grazie a una vasta documentazione inedita raccolta negli archivi storici dello
Stato maggiore dell'esercito, del Ministero degli esteri, del Comité
international de la Croix-Rouge e della Banca d'Italia, aiuta a rovesciare la
leggenda del buon italiano, raccontando nelle sue reali dimensioni la durezza
della repressione fascista, una brutalità - come scrive Philippe Burrin
nell'introduzione "molto spesso minimizzata" (Il nuovo ordine mediterraneo.
Le politiche di occupazione dell'Italia fascista in Europa 1940-1943, Bollati
Boringhieri, pagg. 600, euro 35,00). "Non fummo quelli del film Mediterraneo
o della fiction Il mandolino del capitano Corelli", dice Rodogno. "Forse
dovrei dire non fummo solo quelli. Per cinquant'anni ci e piaciuto ricordare
soltanto le relazioni sentimentali, dimenticando altre questioni più
complesse, dolorose, sconosciute. Vi furono anche episodi di stupri collettivi,
ancora avvolti in un velo di reticenza: la documentazione a riguardo non è
ancora consultabile".
Nel solco tracciato dagli studi di Enzo Collotti ed Emilio Gentile, Rodogno
interpreta la "conquista dello spazio vitale" pianificata dal duce
come "parte essenziale di un progetto totalitario" di trasformazione
della società, approdo della rivoluzìone cominciata nel 1922.
Il nuovo ordine imperiale immaginato dal duce viene disegnato in tre cerchi
concentrici. "II nucleo, il primo cerchio, sarebbe stato quello della razza
italiana deì domìnatori, inclusi tutti i territori "irredenti":
la Dalmazia, le isole Ionie, la Francia sudorientale. Il secondo cerchio avrebbe
raccolto i popoli di razza bianca, cristiani ed europei, come la Croazia, la
Grecia e una piccola parte della Francia, tutti dominati sul modello albanese.
Infine il terzo cerchio era rappresentato dalle colonie africane e asiatiche".
Mussolini si considerava un "liberatore", il suo obiettivo era imporre
ai sottomessi la civiltà superiore. "La guerra e le occupazioni
dovevano rappresentare il banco di prova per l'uomo nuovo forgiato dal fascismo.
Fu un tragico fallimento".
Pur non essendo "la razza" di conquistatori voluta da Mussolini, i
soldati italiani non si astennero da atrocità e violenze, simili a quelle
commesse dagli alleati nazisti, ma con motivazioni del tutto differenti. "Soprattutto
nei Balcani, gli italiani si sentirono mandati al massacro e, quando odiarono
il nemico, non fu per ragioni ideologiche ma per paura. Le loro repressioni
feroci non furono caratterizzate, come nel caso dei nazisti, dalla volontà
di trionfo né dal sentimento della superiorità razziale. Manifestarono
al contrario tutta la debolezza di chi non aveva altra possibilità di
far percepire la propria forza. Solo in alcuni casi, almeno secondo la storiografia
jugoslava, le camicie nere furono mosse da motivazioni marcatamente ideologiche.
Ma generalmente l'ideologia fascista ebbe un ruolo secondario".
| Rappresaglie, devastazioni, ostaggi e deportazioni |
La creazione di campi in cui si commisero violenze |
Un capitolo tra i più ricchi e inediti riguarda la repressione. Rodogno
dimostra l'univocità delle normative imposte in tutti i territori occupati
sul modello della circolare "3C", una sorta di manifesto della repressione
italiana nei territori jugoslavi. "Quelle disposizioni non rappresentarono
un episodio circoscritto né il frutto dell'iniziativa d'un generale più
fascista di altri. Misure analoghe furono adottate in Grecia e in Albania. Le
azioni concrete degli italiani non furono dissimili da quelle della Wehrmacht
o delle SS tedesche. Negli ordini emanati dalle autorità fasciste contro
le bande partigiane - e per spezzare l'appoggio ai ribelli delle popolazioni
- figura di tutto. La presa di ostaggi. La devastazione di intere località.
Le rappresaglie sulle famiglie di semplici sospetti. La deportazione di larghi
nuclei delle popolazioni locali. La distruzione e il saccheggio del bestiame.
E l'impunità per gli eccessi compiuti. Una violenza riservata in passato
agli auctotoni africani".
La ricerca fa luce anche su un terreno finora poco studiato, i campi di concentramento
in cui venivano reclusi i civili, generalmente in condizioni igieniche e sanitarie
assai precarie. Oscilla tra i 150.000 e i 100.000 il numero degli internati
jugoslavi per mano italiana, suddivisi tra "repressivi" (sospettati
cioè di attività antiitaliane) e "protettivi" (i famigliari
dei collaborazionisti" da proteggere"). La gestione dei campi era
suddivisa tra il ministero dell'Interno (circa 50 nell'Italia centromeridionale)
e il Regio Esercito (una decina nell'Italia centrosettentrionale).
Il saggio si sofferma sui campi nei territori annessi, alcuni dei quali registrarono
un elevato tasso di mortalità (alto anche il numero dei bambini nati
morti). Secondo una nota della Croce Rossa Internazionale (14 aprile 1943),
ad Arbe, tra l'Istria e il Nord della Dalmazia, "sarebbero stati constatati
tremila decessi dovuti principalmente alla cattiva alimentazione (del tutto
insufficiente) e al cattivo alloggiamento". Rileva lo storico che "sulle
reali condizioni del campo i vertici militari mentirono al cospetto della stessa
diplomazia vaticana".
Altro capitolo innovativo è quello che riguarda la politica nei confronti
degli ebrei. Contrastando una pur nobile storiografia che celebra il generoso
carattere italiano, Rodogno dimostra come il comportamento verso gli ebrei -
a lungo esaltato come "benefattore" - fu essenzialmente dettato da
ragioni di strategia politica nella contesa con l'alleato tedesco. "Da
parte di Mussolini del governo, degli alti funzionari italiani e dei vertici
militari non vi fu alcun tentativo di "salvataggio umanitario" degli
ebrei.
Essi furono pedine in una sorta di guerra interna all'Asse. In molti ritennero
- come il generale Mario Roatta, comandante della II Armata - che consegnare
gli ebrei ai tedeschi avrebbe danneggiato il prestigio degli italiani, con gravi
ripercussioni nel rapporto con le popolazioni occupate. Da qui la scelta di
internarli".
A lungo è invalsa l'immagine delle truppe italiane che fecero ogni sforzo
per salvare i perseguitati. "Un'immagíne incoraggiata da autorevoli
personalità come Léon Poliakov e Hannah Arendt, che così
vollero mettere in evidenza l'orrore della soluzione finale. Ma anche dalla
giovane repubblica italiana, che sfruttò il tema dell'umanità
del popolo e dei soldati per allontanare dai connazionali il sospetto di antisemitismo".
Se è vero dunque che migliaia di ebrei furono internati e dunque non
consegnati ai tedeschi, un numero rilevante fu respinto o allontanato oltre
frontiera in tutti i territori occupati. Soltanto a Fiume - stando ai dati incompleti
del ministero degli Interni - in ottocento rifugiati ebrei furono espulsi o
respinti oltre frontiera, consegnati nelle mani dei croati. "Le autorità
italiane - a Roma, a Fiume, in Dalmazia sapevano perfettamente quale sorte sarebbe
toccata agli ebrei consegnati ai croati. Erano bene informate sulle atrocità
commesse a pochi chilometri dalle frontiere del regno. Furono gli stessi italiani
a definire Jasenovac un campo dì concentramento talmente orribile che
chi proveniva da Dachau e Buchenwald finiva per considerare i lager nazisti,
rispetto a quest'ultimo "quasi luoghi di cura".
Non va dimenticato, conclude Rodogno, che singoli individui, poco importa la
nazionalità, in determinate circostanze furono davvero brava gente. Ma
questa è un'altra storia.
La Repubblica - 24 febbraio 2003