Gli eccidi nazifascisti in Toscana
Introduzione
Ritorno dall' Apocalisse - Di Pietro Clemente

"Ordine alla popolazione italiana" - Un documento emblematico


Gli eccidi nazifascisti in Toscana

La tragica catena di crimini di guerra, compiuti tra il 1943 ed il 1945 in Italia da soldati tedeschi e fascisti, provocò la morte di circa diecimila civili (oltre alle migliaia di partigiani e uomini e donne della resistenza).
In Toscana le vittime furono più di quattromila, ma i dati sono ancora suscettibili di ulteriori lievitazioni.
In Italia gli episodi si distribuiscono lungo tre aree principali: le prime due intorno alla linea Gustav, che coinvolge soprattutto la Campania e l'Abruzzo in una prima fase (settembre 43) ed il Lazio, l'Umbria, le Marche ed ancora l'Abruzzo (ottobre 43 - maggio 44); la terza area, di gran lunga la più rilevante, è quella che si distende davanti e lungo la Linea Gotica e che fu investita nel giugno - ottobre 1944. Gran parte di questa area coincide con territori e località della Toscana.
Innumerevoli gli episodi, con centinaia di vittime e con punte di tragicità e di crudeltà inenarrabile, da Vallucciole a Sant'Anna di Stazzema, dal padule di Fucecchio a Forno e Frigido, da Niccioleta a Guardistallo, da Civitella della Chiana a Castelnuovo dei Sabbioni, da Bardine a Vinca ed a tante altre località. Numerosissime inoltre le singole vittime di uccisioni, diffuse su tutto il territorio regionale.
Una escalation di terrore avviata con il famigerato ordine di Kesselring diramato il 17 giugno 1944, con cui si dava mano libera ai comandi dei singoli reparti nella conduzione della lotta antipartigiana. Questa lotta si trasformò allora, con sempre più evidenza, in guerra contro le popolazioni civili, ed in una vera e propria pratica sanguinaria di terrore, che si collocava in un quadro complessivo fatto di un dominio assoluto sulla popolazione, di deportazioni, di spoliazioni, di persecuzioni, di lavoro coatto.
Solo in alcuni casi, questi atroci crimini di guerra erano connessi a una rappresaglia, ad una risposta ad atti di guerra compiuti dai partigiani (ammesso che fosse legittimo, in base al diritto di guerra internazionale, rivalersi sulle popolazioni civili); quasi sempre si trattava di azioni preventive allo scopo di seminare il terrore tra le popolazioni e paralizzare così l'azione della resistenza. Ed erano soprattutto pregiudizi nazionali o razziali, volontà di vendetta o disprezzo per l'umanità delle vittime a guidare i comportamenti collettivi dei militari tedeschi implicati e dei loro collaborazionisti fascisti.
La memoria di questi eccidi in Toscana non si è stratificata in maniera uniforme ed omogenea ed in taluni casi ha addirittura ha assunto caratteri antipartigiani. Su questo hanno influito alcuni fattori politici e sociali, ma principalmente le lentezze e le difficoltà della ricostruzione storica, intralciata spesso da una tendenza ad irrigidirsi in forme retoriche e semplicistiche. Ma ha indubbiamente influito anche la brutale battuta d'arresto imposta alla ricerca per via giudiziaria della verità e delle responsabilità dalla guerra fredda e dai suoi sviluppi, che coprì con uno spesso velo di oblio e di silenzio i crimini nazisti azzerando anche le indagini avviate e in corso. Il processo del 1946 al feldmaresciallo Albert Kesselring, l'unico importante giunto allora a conclusione, è il simbolo di questo fenomeno: condannato a morte da un alto tribunale militare inglese, perché riconosciuto responsabile sia della strage delle Fosse Ardeatine che di innumerevoli altre, immediatamente, anche grazie all'intervento di Churchill e di Alexander, ebbe convertita la condanna capitale in carcere a vita e dopo pochissimi anni poté lasciare il carcere e tornare in libertà. Graziati i criminali, assolti i responsabili automaticamente svanivano anche le responsabilità: diveniva in un certo senso plausibile cercare altre spiegazioni, altri responsabili, indicare capri espiatori. Anche da qui cominciava la divisione della memoria.
A distanza di più di cinquant'anni da quei fatti non si è ancora fatta piena giustizia e soprattutto non si è data ad essi una completa e oggettiva interpretazione storica, unica condizione su cui può svilupparsi una memoria nazionale duratura e condivisa.
Le nostre istituzioni democratiche si sono affermate alla fine della seconda guerra mondiale proprio nella lotta a quel regime di terrore ed ai suoi terribili eccessi criminali; la pace e la difesa dei diritti umani sono tra i suoi valori fondativi, come la giustizia e la tolleranza, e operare per mantenere viva la memoria degli eccidi nazifascisti del 1943-44 vuol dire ritrovare le radici ultime, storiche e morali, della convivenza civile e politica nel nostro Paese.